
By Mauro Casarotto |
‘’ È meglio accendere una lampada che maledire l’oscurità ‘’ proverbio attribuito a Confucio
A poche settimane dal reinsediamento di Donald Trump alla Casa Bianca l’assetto globale che era emerso dalla conclusione della Guerra Fredda, dopo almeno due decenni di progressivo deterioramento, è arrivato al suo definitivo punto di rottura. Più volte nel corso della storia ad una fase relativamente ordinata ne è seguita una di caos. Ci siamo ancora una volta.
Il crepuscolo della NATO
Già a partire dalla campagna elettorale, l’amministrazione Trump ha appoggiato in Europa partiti e strutture di aspirazione neofascista / neonazista o in alcuni casi pro Putin. Quello che questi due gruppi di forze hanno in comune, e che quindi hanno in comune anche con l’amministrazione Trump, è la volontà di impedire l’unità politica e militare dei paesi europei. Quest’attività di spalleggiamento verso i nemici dell’unità europea si è fatta ancora più frenetica dopo l’inaugurazione del nuovo mandato.
Per Trump risolvere la questione della guerra russo-ucraina ha da subito significato accantonamento dei partner della NATO e umiliazione dell’Ucraina, dipinta in mondovisione come responsabile dell’invasione russa, completamente dipendente dalle armi e dai sistemi forniti dagli USA e guidata da una classe dirigente allo sbaraglio.
Trump sta dicendo all’America e al mondo che l’Europa e l’Ucraina sono parassiti degli USA e che sarà lui, in un modo o nell’altro, a sanare la situazione. Questo scenario, che non poteva che essere ampiamente previsto dagli europei, esacerba conflitti dagli esiti imprevedibili che si stanno sviluppando nel continente già da molto tempo.
La questione dell’Artico
Si aggiunge a questa già esplosiva situazione la questione dell’Artico, di grande rilevanza strategica ed economica. Trump ha messo sotto enorme pressione sia il Canada, con la richiesta che questo diventi il 51esimo stato degli USA, che la Groenlandia. Quest’ultima è parte del Regno di Danimarca, ovvero di un paese che, oltre a essere membro dell’Unione Europea, è un alleato della NATO.
La Groenlandia venne occupata dalle forze militari statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale, in seguito all’invasione tedesca della Danimarca dell’aprile 1940. L’occupazione avvenne con un certo livello di intesa con i danesi, il cui governo era nel frattempo costretto a collaborare con i nazisti. Il fine dell’occupazione era quello di evitare che la Groenlandia venisse utilizzata come parte del sistema offensivo tedesco nell’alto Atlantico. Da allora gli Stati Uniti d’America hanno mantenuto una importante presenza militare nel nord dell’Isola, la base aerea ‘’Thule’’.
Già a partire dal XIX secolo La Groenlandia è stata più volte oggetto di proposte d’acquisto da parte delle amministrazioni statunitensi, rinnovate ancora negli anni della prima amministrazione Trump. Nulla di nuovo quindi, se non fosse per l’affermazione di Trump di non escludere, analogamente a quanto prospettato per Panama, l’uso della forza davanti a un mancato cedimento del Regno di Danimarca e dei groenlandesi.
La minaccia pone problemi diplomatici del tutto nuovi. L’ articolo 5 del Trattato istitutivo della NATO impone infatti a tutti gli aderenti di prestare soccorso difensivo a uno stato membro che subisca un’aggressione. Esso è stato finora invocato un’unica volta, proprio dagli Stati Uniti d’America, all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001.
Cosa accadrebbe qualora fossero gli Stati Uniti d’America a violare la sovranità della Groenlandia? L’articolo 5 sarebbe applicabile ai possedimenti della Corona Danese? Gli altri paesi NATO dovrebbero difenderla dagli americani?
Queste minacce assumono tanto più valore quanto più alto è il tasso di aggressività e spregiudicatezza esercitato dall’amministrazione Trump in ogni attività di politica estera. Può forse essere che la Groenlandia sia parte delle trattative tra Trump e Putin? Un via libera nell’Artico del russo per ottenere qualcosa in più nella zona del Mar Nero?
Un conflitto sulla Groenlandia determinerebbe l’immediata morte politica della NATO, configurandosi come una guerra tra alleati. Ma la NATO potrebbe essere ammazzata anche a prescindere da questo.
Consideriamo due ulteriori scenari possibili. Primo. Il caso di una intesa tra Putin e Trump che preluda a una divisione in zone di influenza dell’Europa centro-orientale, con progressiva penetrazione russa nei territori di alcuni stati dell’Alleanza come i paesi baltici, la Romania o la Polonia. I paesi europei probabilmente non accetterebbero questa evoluzione e verrebbe a mancare la ragion stessa della NATO, ovvero l’alleanza militare tra Europa e Stati Uniti, che storicamente si è sviluppata in chiave di deterrenza nei confronti proprio della Russia (Unione Sovietica fino al 1991).
Secondo. Il caso di uscita diretta di Washington dall’organizzazione, già ventilata da Trump e Musk. Sia nel primo che nel secondo caso gli Stati Uniti potrebbero decidere di ritirare parte della loro presenza militare in Europa e gestire / redistribuire la presenza residua (oggi circa 80mila militari) sulla base di accordi negoziati con i singoli paesi, affidandosi maggiormente a quei governi europei che sono meno propensi a battersi per l’Ucraina o che sono palesemente filo-Putin.
L’accordo con i singoli paesi europei, ignorando le organizzazioni intergovernative quali le Nazioni Unite, l’Unione Europea e la NATO, è una strategia fissa dell’Amministrazione Trump che chi scrive spera sia sufficientemente dimostrato non può certo venire moderata da alcuna sorta di ‘’moral suasion’’ proveniente dal vecchio continente.
La fine dell’illusione del soft power e le successive prospettive
Per molti anni all’Unione Europea è stato attribuito una sorta di ‘soft power’. Una forza che sarebbe derivata all’Unione dalla vastità e importanza della sua area di libero mercato e dalla presunta universale attrattività delle libertà civili e dei sistemi democratici, estesi anche ai paesi in precedenza retti da dittature militari (Spagna, Portogallo, Grecia) e all’Est Europeo uscito dal Patto di Varsavia e dalla frammentazione della Jugoslavia.
In presenza di potenze militari che perseguono disegni strategici opposti, ovvero nell’esatta situazione in cui ci troviamo oggi, il soft power può in una qualche misura trovare spazio solo all’ombra della protezione di una potenza armata, quale gli Stati Uniti sono stati dal 1945 per l’Europa.
Oggi tutto è cambiato. Nel migliore degli scenari, gli Stati Uniti d’America non regaleranno più un sistema difensivo all’Europa. Nel peggiore, gli Stati Uniti d’America non saranno più un alleato. Nel più oscuro di tutti, Trump e Putin non solo negozieranno una intesa ma una vera e propria alleanza.
I paesi europei possono scegliere fra sole due opzioni: occuparsi immediatamente e seriamente del proprio sistema di sicurezza o scegliere di quale potenza essere vassalli, accettando le regole imposte dal padrone e confidando nella sua benevolenza. E di democrazia e diritti ne avremo ben pochi.
La prima delle due opzioni appare ormai a chiunque realistica solo attraverso l’unione degli sforzi dei singoli paesi. Lo dice la demografia e lo suggerisce il funzionamento dell’economia di scala. É anche una questione di praticità, in quanto, per lo meno in un primo momento, al fine di avere subito disponibile una massa sufficiente per non essere completamente schiacciati dall’hard power che preme sia da occidente che da oriente, non esiste altra via se non mettere insieme il poco a disposizione di molti.
Ed è proprio a questo punto che, ammesso e non concesso che i paesi europei non scelgano di essere vassalli, si apre il dilemma, la biforcazione della storia. La prima possibilità è che l’esercito europeo si formi come una alleanza, in grado di sostituire la NATO qualora questa dovesse dissolversi. Al lato pratico un comando unificato privo però di una politica estera comune, e che quindi a rigor di logica potrà tornare a dividersi una volta concluso il periodo di emergenza o in caso di divergenze strategiche tra i vari partner. O in alternativa potrà costituirsi come forze armate permanenti di uno stato europeo sovrano, dotato di politica estera propria e pertanto di una deterrenza di efficacia nettamente superiore. In pratica si pone in maniera decisiva la questione della sovranità comune europea.
Perché l’Unione Europea intergovernativa non può essere sovrana
E qui viene il problema. Gli stati sono strutture. Essi non sono solo strutture, certo, ma anche e forse soprattutto strutture. Ci sono decine di stati in Europa. E questo è di per sé un elemento positivo, in quanto questa varietà rappresenta e valorizza l’ampiezza delle culture, delle tradizioni, delle lingue, delle istituzioni del nostro continente. Ma l’Europa non è uno stato sovrano. Uno stato sovrano europeo manca.
Questa mancanza strutturale non penalizza unicamente il settore della difesa ma qualsiasi ambito nel quale sia necessario organizzare e presentare al resto del mondo una visione ed un ordine strategico e programmatico: salvaguardia dell’ambiente, lotta ai cambiamenti climatici, moneta unica, gestione dei flussi migratori e situazioni emergenziali come le pandemie, per iniziare.
L’Unione Europea non è uno stato sovrano. Questo perché l’Unione Europea non è stata fondata come uno stato federale (esempi: Stati Uniti d’America, Canada, Australia, Germania, Svizzera) ma come un insieme di istituzioni intergovernative regolate da trattati internazionali fra gli stati contraenti.
Nelle istituzioni intergovernative i decisori finali sono i capi di governo dei singoli stati. Nel caso dell’Unione Europea parliamo del Consiglio dell’Unione Europea (formato dai capi di governo dei singoli stati) e della Commissione (i cui membri sono decisi e parcellizzati tra i vari governi).
Il Parlamento Europeo non ha potere di iniziativa legislativa. Per emanare legge, infatti, è necessario il consenso del Consiglio e della Commissione, ovvero dei capi di governo e dei loro nominati. E soprattutto, e questa è la cosa più grave di tutte, non vi è separazione tra il ruolo di capo di governo dei singoli stati e gli amministratori dell’Unione, dato che sono proprio i membri dei governi dei singoli stati ad essere i decisori finali!
I capi di governo, nel momento in cui si riuniscono nel Consiglio dell’Unione Europea, hanno teoricamente l’obbligo legale, stabilito dai trattati, di occuparsi unicamente degli interessi comuni a tutti gli stati e tutti i cittadini dell’Unione. È pero evidente che essi disattendono sistematicamente questo obbligo teorico, essendo di fatto legati agli interessi nazionali e al mandato locale contratto con i cittadini dei loro stati, tramite elezioni nel proprio paese.
Questo duplice mandato – interesse nazionale ed interesse comune europeo amministrato dalle stesse persone – è il fulcro di un gigantesco ed insano conflitto di interessi, un conflitto costitutivo ed insanabile presente in tutte le organizzazioni intergovernative e quindi, sì, certamente anche nell’ONU.
Ecco perché negli stati federali correttamente costruiti vi è un parlamento con pieno potere di iniziativa legislativa con una camera bassa che rappresenta tutti i cittadini della federazione più una camera alta che rappresenta i singoli stati membri e un governo federale, il cui mandato è separato da quello degli amministratori dei singoli stati aderenti.
Un politico non può essere leader di un singolo stato membro e allo stesso tempo leader dello stato federale unitario! Così come un singolo condomino non può essere l’amministratore dell’intero stabile o la squadra di calcio di una città non può organizzare l’intero campionato, che è organizzato dalla federazione calcistica nazionale a cui tutti i club aderiscono. Gli esempi con le federazioni private sono molto comodi. Anche se ce lo dimentichiamo le organizzazioni federali sono ovunque e costituiscono strutture funzionali molto solide, capaci di collegare unità diverse fra loro.
Tornando alle federazioni pubbliche e in particolare a quelle tra stati, quando esse sono correttamente strutturate vi è suddivisione tra i poteri dello stato federale e quelli ritenuti dagli stati aderenti. Si crea pertanto una barriera tra il livello federale e quello dei singoli aderenti, che non può essere oltrepassata arbitrariamente dal primo a discapito dei secondi. Questo serve per evitare una progressiva assimilazione forzata. Perché è chiaro che ciascuna comunità, tra le sue aspirazioni, ambisce a preservare le sue peculiarità, cultura, tradizioni, istituzioni e incaricare l’organo federale di prendersi cura unicamente di quegli interessi comuni che i singoli non possono più gestire da soli o che è più conveniente ed efficiente gestire in maniera condivisa. Come è evidentemente il caso della difesa.
In uno stato federale queste regole vengono sancite da una costituzione federale. La costituzione genera uno stato federale, mentre i trattati intergovernativi, pur potendo generare delle istituzioni, come il Parlamento Europeo o l’Assemblea Generale dell’ONU, non generano alcuno stato, alcun livello federale sovrano. Essi generano invece una patologica accumulazione di interessi nazionali confliggenti.
I sistemi intergovernativi sono strumenti validi per la gestione di alcuni accordi internazionali con obiettivi precisi e limitati sia negli obiettivi che talvolta anche nei tempi, come nel caso della costruzione di un ponte che unisce due sponde dello stesso fiume aventi sovranità diverse o un programma di scambio tra studenti di università di paesi che vogliono condividere le proprie culture. I sistemi intergovernativi sono invece una soluzione disastrosa per paesi che vogliano formare una coesa unione politica senza limiti di tempo e nel prosieguo vedremo meglio le ragioni.
Perché l’Unione Europea intergovernativa non è riformabile e si deve scegliere un diverso orizzonte
Premessa: ora io lo so che è emotivamente molto difficile e scomodo per quelle persone che per anni o per vite intere hanno riposto la loro fiducia e visto il proprio orizzonte nelle istituzioni dell’Unione Europea prendere coscienza ed accettare che questo sistema sia stato progettato male, sia nato con difetti strutturali assai gravi. Che, uno dopo l’altro, tutti i nodi stiano arrivando al pettine e si debba cambiare radicalmente struttura. Questo è un passaggio particolarmente conflittuale per gli attivisti che sono impegnati a propagandare la visione dell’unità europea. Voglio precisare che non sono i valori che l’Unione Europea rappresenta ad essere qui messi in discussione, non sono certo le bandiere blu con le stelle, l’Inno alla Gioia e la visione di fondo. Sui valori si potranno certo avere alcune divergenze che faranno parte per chissà quanto tempo dei dibattiti culturali e politici come è in ogni comunità plurale. Qui si discute di strutture istituzionali e amministrative e di quello che una collettività, i popoli dell’Europa, deve fare per adeguarsi alla realtà del proprio tempo e alle esigenze del futuro. In primis la questione dello spegnimento dei conflitti armati, della proliferazione delle armi di distruzione di massa e la salvaguardia dell’ambiente naturale, che sono poi le questioni vitali per l’intero pianeta.
La narrativa, alternativa a quella del soft power, che parla di ‘’deficit democratico’’ dell’Unione Europea è anche troppo ottimistica. Date le premesse che abbiamo fatto, nell’Unione Europea: 1) non vige separazione dei poteri ritenuti dagli stati membri da quelli attribuiti al livello dell’Unione e 2) non vige separazione tra i poteri dell’esecutivo e il legislativo.
L’Unione Europea si configura pertanto come una oligarchia dei capi di governo rispetto la quale i cittadini hanno un diritto di tribuna ma nei fatti debolissimi poteri di controllo, sia per via diretta (il Parlamento democraticamente eletto) che attraverso i propri rappresentanti.
Quindi, al di là dell’enunciazione dei valori da perseguire, l’Unione Europea non è una struttura democratica. Essa predica nelle sue carte dei diritti e dei doveri e nelle sue direttive una democrazia che la sua stessa struttura non pratica.
Le strutture politiche – quali sono gli stati parimenti alle federazioni di stati – sono lo spazio ordinato entro il quale il diritto pretende di essere esercitato ed entro le quali possono essere implementate le varie politiche, intese come obiettivi e progetti delle comunità che abitano quelle strutture.
La struttura è la casa comune. Se essa è solida, lo è a beneficio di tutti, a prescindere dalle aspirazioni, talvolta discordanti, dei vari abitanti.
L’Unione Europea intergovernativa non potrà mai diventare una struttura democratica solo perché adotta politiche libertarie od inclusive, ammesso e non concesso che abbia sufficiente forza per farlo nel mondo dell’hard power di oggi. Essa può diventare democratica solo controbilanciando l’oligarchia dei capi di governo, ovvero eliminando il metodo intergovernativo, controbilanciando il potere dei capi di governo con il potere di un livello di governo federale autonomo e introducendo un rigoroso bilanciamento e separazione tra esecutivo, legislativo e giudiziario.
Dovendo disegnare questa architettura non per un’unica comunità bensì per alcune decine di stati con lingue, culture e sistemi diversi, è necessario applicare con determinazione e rigore quattro concetti cardine delle migliori organizzazioni federali:
- l’individuazione degli interessi comuni (limitati in numero, precisi) che sono la ragion d’essere della federazione e gli unici ambiti entro i quali le prerogative del governo federale possono essere esercitate.
- La costituzione federale che fonda uno stato federale, sovrano entro i limiti di cui al punto precedente.
- La separazione dei poteri federali: legislativo, esecutivo e giudiziario che devono essere autonomi tra di loro e separati dai poteri dei singoli stati membri.
- L’ uguaglianza dei membri ovvero gli stati aderiscono alle stesse identiche condizioni e non possono negoziare alcuna clausola di esclusione o di maggior favore.
Su quest’ultimo punto deve essere tracciata una linea di demarcazione con la pratica dell’Unione Europea che, per attrarre entro di sé un numero maggiore di stati, ha progressivamente creato un’anarchia delle regole di accesso: i cosiddetti ‘opt-out’, clausole negoziali presenti nei trattati che derogano alle regole generali.
Gli opt-out creano odiose disparità fra gli stati ed i cittadini europei. Abbiamo situazioni come quella della Polonia che è esentata dalla Carta dei diritti fondamentali o della Danimarca (e in precedenza anche il Regno Unito) esentata dall’adozione dell’Euro, o paesi come la Svezia e la Repubblica Ceca che hanno deciso di non aderire alla moneta unica pur essendovi obbligate dai trattati, o ancora stati come l’Irlanda e Cipro che non aderiscono agli accordi di Schengen. Un vero caos di regole ed eccezioni che i cittadini non riescono a capire e che viene proprio da quelle istituzioni che dovrebbero unirli a trattarli alla pari.
Il diritto di veto
Fatte queste dovute premesse, possiamo finalmente parlare dell’abolizione del diritto di veto dei singoli stati nel Consiglio dell’Unione Europea, vero mantra dei difensori dell’Unione Europea intergovernativa. Questi ultimi sono persuasi che l’architettura dell’Unione vada bene sostanzialmente così come è e che l’immobilismo dell’Unione Europea sia dovuto all’impossibilità di così tanti capi di governo di mettersi d’accordo all’unanimità, necessaria per le regole dei trattati in tutte le decisioni più importanti.
Ora, è evidente che prendere decisioni in un regime di diritto di veto, come è già nelle Nazioni Unite e in genere in ogni organizzazione intergovernativa, è una forma deteriore di amministrazione delle cose pubbliche. Nessuno che voglia l’unità degli stati europei può essere a favore del diritto di veto ma non è questo il punto.
Il punto è che l’abolizione del diritto di veto non ha il potere di trasformare un insieme di istituzioni intergovernative in uno stato federale sovrano. Essa ha semmai il potere di disgregare l’Unione Europea ancora più velocemente di quanto non stia già avvenendo. Si moltiplicherebbero infatti le Brexit, promosse soprattutto da quei governi che vogliono essere vassalli di Putin o di Trump (o di entrambi).
Questi governi sono gelosi del diritto di veto e non potrebbero accettare la sua cancellazione, essendo il diritto di veto il fattore che permette loro di avere esattamente la quantità di Unione Europea che desiderano, al servizio dell’egoismo dei propri interessi nazionali se non degli interessi del loro partito o dei loro clan.
Tanto è perverso il duplice mandato tipico di tutte le grandi organizzazioni intergovernative. Finché questi governi rimangono dentro, resta il diritto di veto, qualora dovessero iniziare a far uscire i loro paesi, ricomincerebbe la disgregazione dell’Unione iniziata con Brexit nel 2016 (vedasi anche il mio articolo su Europe Today del 24 Dicembre 2019:
https://www.europetodaymagazine.eu/2019/12/24/brexits-trauma-and-europe-trapped-between-opposing-conservatism/ )
Qualora stesse bene ai rimanenti governi una diminuzione del numero degli stati dell’Unione in cambio dell’abolizione del diritto di veto, anche in questo caso non si sarebbe risolto alcun problema istituzionale. Questo perché, non appena terminata la fase emergenziale all’interno della quale è più facile trovare un certo livello di coesione, come nel caso dell’esercito europeo, i capi di governo ricomincerebbero a far prevalere gli interessi nazionali sugli interessi comuni.
Se non risolvi il problema strutturale, i difetti costruttivi continuano ad alimentare i processi di deterioramento fino al collasso definitivo dell’edificio.
La federazione europea non è essere ma dover essere
Differentemente da quanto quasi tutti gli europeisti sostengono la federazione non nasce per atto di amore incondizionato verso l’attuale sistema dell’Unione Europea e non passa certo per il tentativo di riformarne i trattati aggiungendo ulteriori pezzi di sistema intergovernativo ad un già fallimentare sistema intergovernativo. Si commetterebbe infatti ancora ed ancora ed ancora lo stesso errore di sempre di non voler fare una costituzione federale… forse per paura di perdere qualcosa o magari di non riuscire a convincere le opinioni pubbliche?
La Federazione Europea non è nel campo dell’essere, ovvero fra ciò che è già nelle nostre disponibilità, non è una evoluzione 2.0 del sistema intergovernativo. È cosa altra. La Federazione Europea è ancora nel campo del dover essere, ovvero di ciò che ancora non c’è ma che l’esigenza reclama e che la volontà deve perseguire.
La federazione nasce come riconosciuta conseguenza dell’esigenza storica, come atto di volontà e rivoluzione politica e mai e poi mai come riedizione delle stesse forme che, non risolvendo strutturalmente i conflitti fra stati nazionali, hanno recluso l’Europa in un recinto illusorio di debolezza ed irrilevanza rispetto allo scenario globale. Debolezza che, spiace demolire un’altra illusione, quella degli ‘’ottant’anni di pace’’, ha contribuito ad alimentare la fiducia da parte degli autocrati vicini e lontani di poter tenere diviso e litigioso il nostro continente. Diciamoci la verità, non sono stati ottant’anni di pace. Sono stati quarantacinque anni di Guerra Fredda, durante i quali l’economia dell’Europa occidentale ha prosperato creando molte illusioni, e trentacinque anni di stagnazione e immobilismo, segnati da conflitti nell’Europa orientale che si è cercato di risolvere allargando il sistema intergovernativo ad est ed ignorando il fatto che quel sistema dovesse essere cambiato come presupposto della stabilizzazione dell’allargamento.
La difesa europea
Arriviamo quindi al nodo della difesa europea. Anche qui bisogna portare alla luce l’autentico dilemma che non è tanto a quali persone e di quali nazionalità spetti il comando di un esercito europeo quanto quale sia la struttura politica che lo deve organizzare e dirigere.
É infatti possibile formare un esercito comune che sia la somma di vari reparti di ciascuno stato agli ordini di un comando congiunto. Questa soluzione è quella adottata dagli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale. Alla fine del periodo emergenziale gli eserciti nazionali si ridividono, essendo cessata la ragione d’essere della loro comunione. Questo significa che si avranno stati nazionali più armati di prima, in potenziale conflitto fra di loro e con un aumento dei rischi per tutti.
In uno stato federale le forze armate sono uniche (non comuni!) e hanno il compito di difendere i confini dell’unione federale. Ai singoli stati può rimanere, se previsto dalla costituzione, la possibilità di gestire i corpi di polizia e milizie nazionali prive di armamenti pesanti per garantire l’ordine pubblico, come ruolo di supporto alle forze armate federali e al verificarsi delle catastrofi naturali.
L’esercito unico funge da disinnesco perpetuo degli eventuali conflitti tra gli stati aderenti.
È chiaro che forze armate uniche significano una politica estera comune, unica intelligence, unico piano industriale del settore difesa. Tutti elementi che mai potrebbero essere gestiti stabilmente da una istituzione come il Consiglio dell’Unione Europea che – con o senza diritto di veto – è viziata dagli interessi nazionali incarnati nel cancro del duplice mandato.
La domanda che dovrebbe sorgere spontanea è perché non abbiamo già tutto questo? Eppure, in Europa, alla fine della Seconda Guerra Mondiale vi erano ampie premesse per operare scelte migliori, scelte federali.
Nel 1941 con il celebre ‘Manifesto di Ventotene’ gli italiani Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni chiesero la creazione di una federazione su basi costituzionali con modelli di riferimento la Convention di Filadelfia che istituì gli Stati Uniti d’America nel 1787 e la costituzione svizzera del 1848. La costituzione era stata perorata già nel periodo 1938-1940 dai federalisti del movimento ‘Federal Union’ che ebbe grande risonanza nel mondo britannico. Nonostante questi illuminanti dibattiti a ridosso e durante la Seconda Guerra Mondiale, una volta concluso il conflitto i politici europei preferirono la via dei trattati e del metodo intergovernativo. E questo nonostante nel cuore dell’Europa avessimo già la costituzione federale Svizzera (nata anch’ essa in seguito ad una guerra intestina) e nel 1949 lo stato tedesco venisse rifondato, sotto l’impulso delle potenze vincitrici della guerra, come stato federale.
La dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, che è l’atto di nascita dell’Unione Europea, cita due volte la prospettiva di una ‘federazione europea’ ma mai le parole ‘costituzione federale’. Essa affida invece la costruzione dell’unione ai capi di governo tramite l’utilizzo dei trattati e delle istituzioni intergovernative. La dichiarazione fu suggerita a Robert Schuman, allora ministro degli esteri francese, da Jean Monnet che non poteva certo non conoscere la struttura federale degli Stati Uniti d’America, essendo stato incaricato durante la Seconda Guerra Mondiale di curare i rapporti tra la Francia e gli USA e in particolare affari cruciali riguardanti la fornitura di armi.
Nel giugno 1940 fu sempre Monnet, che aveva attentamente letto i federalisti della Federal Union britannica, a suggerire a De Gaulle e Churchill di unire i loro due paesi in una federazione anglo-francese. In quel frangente i francesi erano sul punto di essere sconfitti dall’invasore nazista e si cercava di dimostrare loro che gli inglesi non intendevano abbandonarli, fornendo al contemplo un orizzonte per il quale non smettere di combattere.
Purtroppo le cose andarono diversamente e la Francia si arresero ma possiamo essere certi che nel periodo tra il 1938 e i primi anni cinquanta i leader politici europei avessero a disposizione tutte le conoscenze per poter costruire una federazione su basi costituzionali (per maggiori dettagli si rimanda all’articolo di Leo Klinkers, pubblicato da Europe Today, ‘’ A tale of culpable political negligence’’https://www.europetodaymagazine.eu/2025/02/19/a-tale-of-culpable-political-negligence/ )
Forse questo fu il frutto di una visione gradualistica nutrita da dei buoni propositi ma non possiamo ignorare che, nei successivi oltre 70 anni, abbiamo avuto una serie infinita di dichiarazioni Schuman, ovvero di deliberate scelte politiche di lavorare ancora con trattati intergovernativi anziché adottare una costituzione federale.
Si è arrivati addirittura alla truffa linguistica quando, nel 2005, venne proposto il ‘Trattato che adotta una costituzione per l’Europa’ poi bocciato dai referendum nei Paesi Bassi ed in Francia. Questo trattato era fondamentalmente un riordino dei precedenti: non istituiva uno stato federale europeo, non eliminava in alcun modo il doppio mandato. Eppure gli estensori hanno fuorviato i cittadini europei chiamandolo ‘’costituzione’’.
Sono sicuro che i lettori non potranno che essere d’accordo nel considerare come comportamento grave da parte di una classe dirigente utilizzare parole improprie che confondono i cittadini e compromettono la loro comprensione delle leggi e delle istituzioni che li devono amministrare. Che questo sia un comportamento intenzionale o non intenzionale, è in ogni caso grave. Andava immediatamente corretto allora, va corretto, seppure con grande ritardo, ora.
Se non ora, quando?
Anche la crisi del covid19 è stata sciupata e non è stata colta l’occasione di correggere gli errori originati negli anni cinquanta. In quel momento di grave difficoltà ed incertezza l’Unione Europea ha perseverato organizzando una ‘’Conferenza sul futuro dell’Europa’’ (aprile 2021 – maggio 2022) dove le parole federazione e costituzione sono state completamente ignorate. Si è parlato di politiche, politiche e politiche e mai dell’esigenza di un radicale cambio di struttura.
Ora che il ciclone Trump si è abbattuto su di noi, una buona parte della classe dirigente dei nostri paesi, anziché riflettere sugli errori passati e muoversi sveltamente verso l’unica soluzione che può cambiare la situazione e sanare la posizione internazionale dell’Europa, perde tempo piagnucolando e agitandosi convulsamente in preda al panico e una minoranza molto più sparuta pare veramente disposta a considerare lo scenario del ‘dover essere’ di cui abbiamo parlato in precedenza. Nell’attesa che i primi si sveglino dal loro sonnambulismo, ci rivolgiamo ai secondi perché si facciano carico anche della quota di lungimiranza e di coraggio a cui i primi hanno rinunciato.
Negli stessi giorni in cui l’Europa intergovernativa svolgeva la sua conferenza, Faef – Federal Alliance of European Federalists, l’organizzazione che, assieme ad altri cittadini europei abbiamo fondato nel 2018, ha dato il via ad una Citizens’ Convention alternativa. Ad essa hanno partecipato cittadini di vari paesi europei che, insieme a specialisti di diritto costituzionale, hanno redatto un testo per la Costituzione degli ‘’Stati Federati d’Europa’’ di soli dieci articoli.
L’obiettivo di questa costituzione, dalla struttura assai più semplice e lineare del Trattato di Lisbona, è implementare il federalismo in Europa, fornire un documento fondativo non freddamente diplomatico / burocratico che i cittadini possano capire, ricordare nelle sue linee essenziali, nel quale possano riconoscersi, sanare il deficit democratico attraverso l’introduzione degli elementi che permettono ai cittadini di compartecipare al governo e di prevenire e controllare gli abusi di potere (separazione dei poteri, democrazia diretta, democrazia deliberativa, organi di controllo). La Costituzione per gli Stati Federati d’Europa (https://www.faef.eu/en_gb/#tve-jump-17425915282) è una proposta politica a disposizione di tutti i cittadini europei, per dare all’Europa e ai suoi popoli una prospettiva che essi hanno finora sognato, che la loro cultura ha già prospettato ma che le loro classi dirigenti non hai mai osato perseguire.
Mauro Casarotto, Secretary General of the Federal Alliance of European Federalists